#passatofuturo Viaggio nei luoghi del cambiamento del sistema paese

Dove nasce la nuova Italia

Il dna industriale, Pompei, la Val Padana digitale, la manifattura vicentina, la robotica pisana:
5 racconti sul made in Italy

Mezzo secolo e più di storia italiana

L’industria è l’autobiografia della Nazione. Metamorfosi di un Paese che - nonostante tutto - persevera nelle sue pulsioni di sviluppo

di Paolo Bricco

">

Mezzo secolo e più di storia italiana. L’economia italiana è l’autobiografia della Nazione. Una autobiografia sospesa fra l’ascesa e la caduta, la trasformazione e la metamorfosi, la stasi e la ripartenza.
Nel 1965 il campionato di calcio di serie A lo vince l’Inter di Angelo Moratti e di Helenio Herrera con Giacinto Facchetti in difesa e, ovunque sul campo, Sandro Mazzola e Mariolino Corso. Con un gol di Jair, l’Inter batte in finale il Benfica di Eusébio e si aggiudica la sua seconda Coppa dei Campioni. Jimmy Fontana è primo in classifica con il singolo “Il Mondo”.
Gli italiani sono contadini che, dalle campagne, sono andati nelle città a lavorare nelle fabbriche. Il paesaggio industriale di allora è composto dai grandi stabilimenti del Nord. Gli Agnelli e i Pirelli, i Falck e i Pesenti. Sono loro i dominus del capitalismo privato. Le grandi famiglie italiane appaiono complementari all’economia pubblica imperniata sull’Iri, che non è ancora tarlata e corrosa dall’interno dall’influenza dei partiti politici degenerati in partitocrazia ma che, anzi, è nel pieno della sua funzione di motore della modernizzazione italiana. Il diaframma che separa e congiunge il pubblico e il privato è la Mediobanca di Enrico Cuccia.

Video di Andrea Marson

Nel 1965 la Olivetti realizza la Programma 101, il primo personal computer al mondo, antesignano dei pc che si sarebbero imposti negli anni Ottanta, per quanto ancora privo di video. Sempre nel 1965, la Fiat manda sul mercato la 850 Spider e la 850 Coupé. La Montecatini e la Edison realizzano la loro fusione dando vita alla Montedison. La Ferrero ha appena creato la Nutella e, in quell’anno, inventa il barattolo.

Gli anni Settanta sono scossi dalle lotte operaie e dai sommovimenti politici, dalla crisi energetica e dall’inflazione. E sono anche caratterizzati, nel nostro Paese, dal coagularsi dei distretti industriali, che vengono scoperti da Giacomo Becattini e da Giorgio Fuà. La dignità scientifica delle economie di territorio si trasforma in dignità civile e in orgoglio dei luoghi. Gli italiani della provincia e delle province si accorgono di essere qualcuno e qualcosa con i loro gioielli, le loro bambole, i loro coltelli. Non esistono più soltanto Milano e Torino, Genova e Roma.

Gli anni Ottanta sono l’ultima stagione puramente novecentesca della società italiana e del suo capitalismo, con una forte matrice di economia pubblica e con un capitalismo privato rinnovato nelle sue componenti tradizionali da new comers come Mario Schimberni e Raul Gardini, Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti, tutti sospesi fra eresia e ortodossia, fra radicalità innovativa e compromessi propri di un Paese in cui il potere si condivide e si spartisce sempre, non si prende e non si conquista mai.

La cesura strategica, che definisce le linee geometriche della struttura industriale e dell’anima del ceto imprenditoriale italiano fino ad oggi, si verifica negli anni Novanta, con la crisi del paradigma della grande impresa: il lavacro di Tangentopoli e l’avvento della Seconda Repubblica sono gli elementi giudiziari, politici e istituzionali del profondo mutamento della nostra struttura economica, con la ritirata delle famiglie storiche e il collasso dell’impresa pubblica.

Il primo significativo passaggio è, appunto, rappresentato dagli anni Settanta e Ottanta, quando il reticolo delle piccole imprese si infittisce e si sviluppa. Basta osservare il numero di aziende e il numero di addetti nella classe dimensionale compresa fra i 10 e i 49 occupati: nel 1961, sono poco meno di 35mila e impiegano 760mila persone; alla fine della traiettoria degli anni Settanta e Ottanta, nel 1991, sono 85mila con oltre un milione e mezzo di posti di lavoro.

Con questo inspessimento dell’Italia delle piccole fabbriche, il nostro Paese arriva ai primi anni Novanta, quando si definiscono quella identità attuale e quel dna industrial-sociale che permangono tutt’oggi e che costituiscono il nostro cromosoma del futuro: per ragioni interne – in particolare per l’incapacità di confrontarsi con i nuovi assetti concorrenziali del nostro settore privato da un lato e, dall’altro, per l’enorme mole debitoria e lo spaesamento strategico del settore pubblico – vanno in crisi le nostre grandi imprese, divampa la globalizzazione e il nostro sistema produttivo è sottoposto a una selezione che, allo stesso tempo, massacra molte piccole e medie aziende italiane e ne valorizza altre, che diventano protagoniste – tutt’altro che comprimarie – dell’export mondiale.

Il risultato di questo processo violento – nel bene e nel male – è la definizione della nostra attuale fisionomia industriale: piccola (per il Centro Studi Confindustria le aziende con oltre 250 dipendenti scendono dalle oltre 1.600 con 1,4 milioni di addetti del 1991 alle circa 1.200 con 855mila addetti di adesso), ma con una rilevante capacità di penetrare sui mercati stranieri (per l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo l’export sul Pil sale dal 19% del 1991 al 30% di oggi).

Questa deriva di lungo periodo rimane una strada tutta in salita. Perché un mutamento degli assetti produttivi, delle relative strutture sociali e dei conseguenti equilibri di potere – la scomparsa della Prima Repubblica e l’avvento della Seconda e della Terza Repubblica rispecchiano perfettamente questi processi – è qualcosa di radicalmente nuovo.
Questa strada ha pendii rapidi e discese a rotte di collo. Un sali e scendi della Storia che ha, nel pieno del suo itinerario, una enorme buca: la Grande Crisi del 2008. Il problema non è solo la perdita di un quinto del potenziale produttivo del nostro sistema industriale, che nel 2017 ha iniziato lentamente a essere ricostituito nella sua fisiologia manifatturiera. E non è neppure il Pil che – stabilizzato nella sua dimensione statistica – è, secondo l’Istat, nel 2016 ancora inferiore di sette punti rispetto al picco di inizio 2008. Il problema è vero che l’enorme buca della Grande Crisi del 2008 si è ampliata qui più che negli altri Paesi europei per i nostri deficit storici di corruzione e evasione, carenze infrastrutturali e lentezza della giustizia civile, inefficienza della burocrazia e spesa pubblica improduttiva.

Nel 2018, a cinquantatré anni dal 1965, la Juventus di Massimiliano Allegri e di Paulo Dybala ha vinto il campionato di Serie A, ma è stata eliminata dal Real Madrid nei quarti di finale di Champions League, adesso si chiama così. La canzone più riprodotta in streaming quest’anno su Spotify – ora la musica si ascolta così – è “Rockstar” di Sfera Ebbasta. L’Italia è lacerata in una profonda crisi politica e istituzionale e, alle prossime elezioni, potrebbe diventare il primo stato europeo a governo sovranista-populista.

La nostra struttura produttiva è fatta in prevalenza di piccole e medie imprese. Un novero ristretto di aziende è riuscito a diventare grande. Ferrero è fra le poche sopra i 10 miliardi di euro di fatturato. La Fiat, raccolta in condizioni semifallimentari da Sergio Marchionne nel 2004, non ha più molto in Italia e, dopo l’acquisizione di Chrysler nel 2009, è diventata – con il nome Fca – un gruppo che ha assetti societari, giuridici e fiscali fra Olanda e Gran Bretagna e che ha una ossatura strategica e industriale americana, basata soprattutto sul marchio Jeep.

Il nostro tessuto imprenditoriale si è finora misurato con il paradigma del 20-80-80: il 20% delle imprese a cui si deve l’80% del valore aggiunto industriale e l’80% dell’export. Il tentativo di trasformare questa minoranza in una élite in grado di dispiegare una leadership sistemica è ora messa alla prova da due incognite. La prima è l’effetto che avrà sulla finanza di impresa la crescita dello spread fra Btp italiani e Bund tedeschi a 10 anni: quel numero che sale, espresso in punti base, provoca un minore accesso al credito per qualunque imprenditore (italiano) si rivolga allo sportello di una banca (italiana). La seconda è la conseguenza delle politiche neoprotezionistiche – non solo quelle dell’America di Donald Trump – che si vanno imponendo sui mercati globali rendendoli meno efficienti e più vischiosi.

Siamo i terzisti – di lusso – del mondo. I componenti della Silicon Valley sono realizzati in Italia. Come i sistemi della meccatronica. I freni e le luci delle auto di fascia alta anche. Le scarpe, le borse, le cinture dei grandi marchi della moda idem. Torino e Milano ancora, ma anche e soprattutto Treviso e Bologna, Modena e Firenze, Verona e Varese…

Soltanto in minima parte riusciamo a trasformare il nostro saper fare in marchi globali di imprese a capitale italiano, a conduzione strategica italiana e con quartier generale italiano. Va bene anche essere terzisti di lusso, per quanto il valore aggiunto lo assorbano e lo trasformino in ricchezze personali e in ricchezze sociali soprattutto quelli per cui noi lavoriamo, cioè gli americani, i francesi e i tedeschi.

Nelle periodiche mutazioni del mondo contemporaneo, negli ultimi 50 anni l’Italia delle fabbriche – e ora delle piccole fabbriche – ha sempre trovato il suo posto. La sfida del futuro sarà continuare a farlo. Serviranno tutta l’energia e tutta la capacità di adattamento dell’Italia della trasformazione e della metamorfosi.

Coordinamento editoriale: Marco Alfieri
Art direction: Laura Cattaneo
Design: Gerardo Gallace, Andrea Marson
Sviluppo: Marzia Bellini, Gianfranco Cantatore, Giancarlo Fossi