VIAGGIO ATTRAVERSO I NUMERI DI UN PAESE DIVISO IN DUE

L'Italia

LONGREAD

spezzata

Il nostro paese si divide da sempre su grandi contrapposizioni. Da qualche anno è tornato a crescere anche l’antico dualismo Nord-Sud, certificato nelle elezioni 2018 dalla doppia vittoria elettorale di Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

Un’Italia spaccata in due. Anzi: due paesi diversi, quasi estranei fra loro, attratti alle urne da motivi sconosciuti all’altra metà della Penisola. L’unica certezza uscita dalle elezioni del 4 marzo 2018 è che l’Italia è un paese a doppia velocità, per usare una metafora già inflazionata quando si parla di Europa.

LE DUE ITALIE POLITICHE

La mappa dei vincitori ai collegi uninominali della Camera dei Deputati, divisa per partito

Il Nord, la nostra Germania, marcia a un buon ritmo di crescita ma è pervaso da tensioni che hanno spinto l’elettorato fra le braccia della Lega di Salvini. Il centro-sud, la nostra Grecia, soffre e ha sfogato le sue frustrazioni con il voto a Cinque stelle, la «democrazia cristiana 2.0» esplosa fino alle dimensioni di partito nazionale. L’interpretazione più diffusa è che il voto ad un centrodestra a forte trazione leghista sia figlio della stanchezza per la pressione fiscale e, soprattutto, della percezione di insicurezza, alimentata dagli allarmi sulla «invasione» di migranti in arrivo sulle nostre coste.

I NUMERI DEGLI SBARCHI IN ITALIA

Comparazione dei migranti sbarcati negli anni 2016/2017/2018

Il voto ai Cinque stelle, invece, avrebbe beneficiato di tassi di disoccupazione stellari, di un meccanismo di trasferimento di spesa pubblica fortemente prosciugatosi negli ultimi anni e di intere province dimenticate dai vecchi partiti. La frattura, però, è più profonda di quella che si può leggere dietro alla dicotomia tra regioni ricche e meno ricche, risentimento per il «fisco vorace», emergenza migranti e ricerca di assistenzialismo. Le due Italie uscite dal voto non sono altro che la fotografia plastica di un paese fortemente diviso nella sua quotidianità su tanti aspetti della vita economica e sociale.
In questo longform abbiamo isolato cinque ambiti paradigmatici del dualismo Nord-Sud: retribuzioni, lavoro, giustizia, tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, servizi sanitari . In ciascun ambito la doppia velocità nazionale si manifesta in forma diversa: stipendi agganciati agli standard europei al Nord e retribuzioni sotto l’asticella simbolica dei 1000 euro al Sud; ospedali efficientissimi sopra il fiume Reno e strutture fatiscenti in Calabria; pagamenti versati in anticipo in Trentino-Alto Adige e ritardi di mesi e mesi nelle province siciliane. Ogni gap descrive le ragioni di uno squilibrio che sta allontanando tra di loro due volti dello stesso paese. In una sorta di secessione leggera. Vediamoli uno per uno.

L’officina meccanica Monti a Campospinoso (PV) — foto di Fabrizio Annibali
Il campo sportivo di Salgareda (TV) — foto di Fabrizio Annibali
Un parco giochi a Ivrea (TO) — foto di Fabrizio Annibali
Un gruppo di operai all’uscita dell’Ilva di Taranto — foto di Francesco Prisco
Il dilemma dei tarantini riassunto su un muro della città — foto di Francesco Prisco

Retribuzioni

Al Nord gli stipendi sono più alti rispetto a quelli del Sud. Non è esattamente una novità, ma la frattura è tornata a evidenziarsi dopo il voto e il dualismo nazionale che ne è scaturito. Di recente, un’analisi del Sole 24 Ore ha mostrato che la discrepanza retributiva arriva a sfiorare il 20 per cento. Un’indagine della società di risorse umane Od&M consulting, svolta su un campione di 480mila buste paga, ha mostrato che per gli impiegati del Nordovest lo stipendio è più alto del 16,5% rispetto alla media di Sud e isole: 32.068 euro contro 27.265 euro.

STIPENDIO MEDIO ANNUALE PER REGIONE

In migliaia di euro

L’elaborazione ha come riferimento la Retribuzione Annua Lorda (RAL). Per ottenere la retribuzione media di ogni provincia si è considerata la composizione di Dirigenti, Quadri, Impiegati e Operai all’interno della provincia stessa, ottenuta tramite l’elaborazione dei Dati Trimestrali sulle Forze di Lavoro (fonte Istat)

Se si considera una retribuzione media di 29mila euro, i dipendenti assunti in Lombardia vivono un po’ al di sopra degli standard. Quelli che lavorano in Sicilia, un po’ al di sotto

Il gap salariale si riflette nella ricchezza delle province e della sue città, tracciando l’ennesima linea di demarcazione fra le condizioni di vita nel Settentrione e nel Mezzogiorno. Un report di Jobpricing, una società di ricerca, ha evidenziato che fra il capoluogo più abbiente (Milano) e quello più povero (Messina) si scava una differenza di oltre 10mila euro lordi in busta paga: da 34.330 a 23.729 euro. Se si considera che la retribuzione annua lorda stimata da Jobpricing è di poco più di 29mila euro, significa che un dipendente privato lombardo vive un po’ al di sopra della media nazionale. Un suo collega siciliano, invece, parecchio al di sotto.
La differenza retributiva si traduce, anche, in un divario fiscale fra le tasse versate nel Settentrione e quelle che arrivano dai contribuenti del Mezzogiorno. Uno studio della Cgia (Associazione artigiani e piccole imprese) di Mestre ha mostrato che le entrate tributarie pro capite raggiungono un valore medio annuo di 10.229 euro al Nord, per scendere a 5.841 euro nel Sud. Lo “spread” deriva da almeno due fattori. Il primo è la concentrazione della ricchezza nelle regioni settentrionali: sempre secondo la Cgia, il Pil nazionale (1.612 miliardi di euro) è prodotto per il 55,2% al Nord e appena il 22,8% al Sud. Il secondo? Il lavoro nero, quello che sfugge ai controlli dell’erario, è diffuso con una certa prevalenza nel Mezzogiorno. Inghiottendo una parte dei guadagni destinati alle casse del Sud (e del Paese).

INDICE STIPENDIO MEDIO

Geography Index 2017 per regione

Il Geography Index ha l’obiettivo di far luce sulle retribuzioni relative all’intero territorio italiano, individuando un valore di riferimento per ogni regione. Con questo indice si vuol tentare di fornire indicazioni su quali sono i territori dove un lavoratore può cogliere opportunità di crescita retributiva.

Occupazione

Oltre a parlare di buste paga e Ral (retribuzione annua lorda) bisogna anche guardare alla materia prima: il lavoro. Nord e Sud si allontanano, anche politicamente, sull’offerta di lavoro disponibile e i tassi di occupazione . La ripresa delle assunzioni, soprattutto fra i giovani, si muove a un passo inverso a seconda della latitudine, segnando l’accelerazione del Nord e la stasi del Sud. Nell’ultimo trimestre del 2017, a fronte di una crescita annuale di 279mila occupati, il tasso di disoccupazione del Sud si è mantenuto su livelli pari a quasi il triplo rispetto al resto del Paese: 19,3%, contro il 10% del centro e il 6,9% del Sud.

Nell’ultimo trimestre del 2017 il tasso di disoccupazione del Sud si è mantenuto su livelli pari a quasi il triplo del resto del Paese

Da allarme anche l’incidenza del tasso di inattivi, che arriva a sfiorare un caso su due nelle regioni del Sud (45,1%), contro il 29,9% del Centro e il 27,9% del Nord. Il confronto fra le province si fa impietoso, con un’eco indiretta sulle scelte elettorali e la consacrazione del cortocircuito storico che elegge Pd e alleati a forze riservate alle élite. Nella provincia di Bolzano, dove il centrosinistra ha sfiorato l’80% in alcuni comuni, il tasso di disoccupazione si restringe a un microscopico 3,1%. In Sicilia, terra di exploit per i Cinque stelle, la quota di disoccupati veleggia oltre il 20% in sei province su nove, arrivando al 24,8% a Messina. E fin qui si parla solo degli indicatori convenzionali, quelli immortalati dai bollettini mensili dell’Istat.

Un altro termometro del disagio lavorativo del Mezzogiorno è l’esercito dei Neet, la generazione di giovani che «non studiano e non lavorano». In Italia se ne contano 3,2 milioni, nel solo Sud quasi 2 milioni. La condizione di «not (engaged) in education, employment or training» ha conseguenze disastrose anche sulla depressione sociale che aleggia fra gli under 35, spingendo l’elettorato delle nuove generazioni fra le braccia delle forze che garantiscono più rottura rispetto al passato. Contro sinistra, destra o entrambe. A partire dai Cinque stelle.

I tempi della Giustizia

Avete una causa in ballo. L’organico del tribunale è coperto. Vi siete affidati a un legale di fiducia. Quanto dovete aspettare per il verdetto? Ad Aosta meno di un anno, 342 giorni. A Lamezia Terme, in Calabria, quasi sei: 2.094 giorni, un record che fa impallidire anche i tempi non fulminei dei tribunali italiani. L’efficienza della giustizia è un altro capitolo della frattura fra Italia del nord e quella del Sud, anche se in maniera più sfumata rispetto a occupazione o distribuzione della ricchezza.

Quanto bisogna aspettare per il verdetto? Ad Aosta meno di un anno, 342 giorni. A Lamezia Terme, in Calabria, quasi sei: 2.094 giorni

Uno studio «sperimentale» firmato da Fabio Bartolomeo, direttore del servizio statistica del ministero della Giustizia, ha messo sotto la lente la produttività di 140 tribunali, dando risalto a fattori come tempi delle cause, anzianità dell’arretrato (da quanto tempo sono in bilico dei contenziosi), clearance rate (rapporto tra cause risolte e cause iscritte), tempi di definizione, copertura degli organici.

LA PRODUTTIVITÀ DEI TRIBUNALI

Se i numeri generali sono deficitari ovunque, incluso il Nord, è a Sud che si manifestano le inefficienze più clamorose, figlie di uno squilibrio tra organici abbondanti e standard di produttività sotto alla media. In particolare, i tribunali del Nord rappresentano il 16% delle prime 30 posizioni e appena lo 0,7% delle ultime 30. E questo nonostante la media di «scopertura amministrativa», la carenza di personale, arrivi a una media del 25% contro uno standard del 21% su scala nazionale. Viceversa, al Sud, una maggiore disponibilità di personale si scontra su performance deludenti. A dire poco. Un esempio calzante è Enna, fanalino di coda dell’intera rilevazione, dove a un organico al 100% delle sue necessità corrispondono prestazioni peggiori di tribunali molto più scoperti. Come i 1.145 giorni per definire una causa contro i 592 richiesti a Bolzano, che impiega la metà del tempo nonostante l’assenza di un magistrato su tre.

Ritardo nei pagamenti

In certe regioni, soprattutto a Sud, i ritardi nei pagamenti della Pubblica amministrazione sono una prassi. Ancora più accentuata della media nazionale, dove i versamenti avvengono anche mesi dopo la loro scadenza naturale. Per farsene un’idea può essere utile dare un occhio ai tempi di attesa media in alcuni settori, a partire dalle costruzioni. Un report dell’Ance (associazione nazionale costruttori edili), riferito al primo semestre 2017, ha portato alla luce un ritardo medio di 96 giorni nei pagamenti della pubblica amministrazione, spingendosi fino a picchi record nel Mezzogiorno. Solo a Napoli si arriva a 335,6 giorni medi di ritardo, calando ad “appena” 134,7 giorni a Catania. A Bologna, viceversa, si bruciano le tappe con pagamenti in anticipo di quasi 12 giorni.

I RITARDI DI PAGAMENTO DELLA PA

Differenza fra i tempi effettivi medi di pagamento delle PA e i termini di saldo delle fatture previsti dalla legge (30 giorni, o 60 in casi eccezionali).

Allargandosi al resto del tessuto economico, la maglia nera dei ritardi è sempre concentrata a centro-sud. Secondo un’analisi del Sole 24 Ore, le tre regioni peggiori risultano Calabria (51 giorni di ritardo), Campania (49,7 giorni) e Abruzzo (44), mentre tra la province spicca – in negativo – il primato di Crotone: 600 giorni, quasi due anni di ritardo. A Treviso, lo stesso pagamento arriva con 23 giorni di anticipo. Il ritardo nei saldi provoca disagi a qualsiasi settore, ma il caso delle costruzioni è di particolare gravità. Perché? Un pagamento in stand by fa slittare le scadenze naturali del progetto, intralciando lo sviluppo infrastrutturale di intere zone del paese. Senza dimenticare il tema delle retribuzioni ai lavoratori, “congelate” in attesa del saldo del committente.

Sanità

Andare in un ospedale attrezzatissimo, essere visitati e tornare a casa. Oppure avventurarsi in strutture fatiscenti, incappare in diagnosi approssimative, trovarsi di fronte ai tempi lunghissimi per il più banale dei controlli. Sono i due volti della sanità italiana, sospesa fra eccellenze al Nord e criticità estreme nel Mezzogiorno. Il gap è così brusco da costringere una quota crescente di cittadini del meridione a “migrare” per ragioni mediche in strutture ospitate fuori dal comune di residenza. Uno studio del Cergas, il centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria-sociale della Bocconi, ha evidenziato che i ricoveri lontani da casa sono arrivati a un totale di 750mila unità (quasi il 9% del totale). Per farsi un’idea del divario, basta dare un occhio ai risultati dei cosiddetti Lea: i livelli essenziali di assistenza, vale a dire «prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini».

Ospedali paralleli: L’Agostino Gemelli (Roma) e il Policlinico San Donato (Milano)

L’ultimo monitoraggio del ministero della Salute, svolto su una griglia di 35 indicatori, ha esaminato le performance di 16 regioni italiane. Solo cinque si sono rivelate «inadempienti», e tutte e cinque si trovano al Sud: Molise, Puglia, Sicilia, Campania e Calabria. I deficit principali del Mezzogiorno? Secondo l’indagine, «limitata dotazione di posti letto e insufficiente qualità clinico gestionale». Tradotto: minore capienza effettiva e servizi che mettono a repentaglio i pazienti. Un gap che, di conseguenza, si traduce anche sulle aspettative generali di vita. Le evidenze, infatti, testimoniano che in Campania nel 2017 gli uomini vivono mediamente 78,9 anni e le donne 83,3; nella Provincia Autonoma di Trento 81,6 gli uomini e 86,3 anni le donne. In generale, la maggiore sopravvivenza si registra nelle regioni del Nord-est, dove la speranza di vita per gli uomini è 81,2 anni e per le donne 85,6; decisamente inferiore nelle regioni del Mezzogiorno, nelle quali si attesta a 79,8 anni per gli uomini e 84,1 per le donne.

La spaccatura politica tra un nord che ha votato centrodestra (e soprattutto la Lega di Matteo Salvini) e un sud che ha scelto i Cinque stelle di Luigi Di Maio. Le retribuzioni duali. L’occupazione agli antipodi. I tempi della giustizia diversi. Il ritardo nei pagamenti della Pubblica amministrazione e i servizi sanitari difficilmente comparabili. Cinque capitoli di una spaccatura territoriale che si trascina da anni e che le elezioni del 4 marzo hanno certificato in modo lampante. Un dualismo che gli italiani vivono costantemente e che il prossimo governo, qualunque sia il suo colore politico, dovrà affrontare. Nell’Europa di oggi è difficile crescere e prosperare con un sistema così polarizzato: un po’ di Germania e un po’ di Grecia riassunte irrimediabilmente nello stesso paese.

A cura di Marco Alfieri, Laura Cattaneo, Gerardo Gallace, Alberto Magnani e Andrea Marson.