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La rete che
dà ossigeno al Mediterraneo
La rete che
dà ossigeno
al Mediterraneo

Cavi, reti e infrastrutture sensibili. Analisi dei trend e sviluppi futuri
di Claudio Antonelli
di Claudio Antonelli
Stretto di Gibilterra Si tratta di una arteria vitale tra Atlantico e Mediterraneo, con un transito medio giornaliero di 300-500 navi commerciali, a cui si sommano unità militari e da diporto. È un cosiddetto choke point, un collo di bottiglia geografico che rappresenta un punto nel quale è più facile si rompa o vada in difficoltà il sistema logistico globale.
Alessandria - Crossing egiziano Tratto di territorio e acque che collega il Mar Rosso al Mar Mediterraneo attraverso l'Egitto, principalmente tramite il Canale di Suez. È il choke point più critico al mondo: qui transitano 17+ cavi sottomarini che trasportano circa il 70% del traffico dati tra Europa e Asia. Inoltre, da qui passano 2,4 milioni di barili di greggio al giorno
Stretto di Sicilia Il cuore pulsante delle infrastrutture sottomarine del Mediterraneo centrale: un nodo critico per energia, dati e traffico marittimo. Quasi tutte le pipeline e i cavi che collegano Nord Africa ed Europa passano da qui. Ospita due gasdotti, 20 cavi di tlc, due elettrodotti. Ha una profondità di 3.000 metri e nel punto più stretto misura solo 145 chilometri.
Marsiglia Principale hub europeo per i cavi sottomarini nel Mediterraneo, con 17 cavi internazionali che atterrano nella città e una capacità cumulativa superiore a 800 Tbps. Il complesso inoltre gestisce il 60% del traffico di gas e petrolio francese. Senza contare le 80 mln di tonnellate cargo annuali
LEGENDA
Cavi Tlc
Interconnessioni elettriche
Gasdotti e oleodotti
Porto locale
Hub regionale
Hub container
Hub energetico
Nodo Tlc
Gateway globale
Porti strategici

Il Mediterraneo rappresenta l’1% delle acque globali, ospita però oltre il 20% dei traffici marittimi e viene attraversato ogni giorno da 3.500 navi.

Mapparne le infrastrutture sensibili è fondamentale ai fini della sicurezza. Divulgare una mappa il più possibile dettagliata aiuta il dibattito pubblico, le scelte strategiche e può spingere le politiche industriali su strade più fruttuose in termini di Pil.

24OreNextmed inizia oggi un percorso di attenzione su queste tematiche, tenendo un occhio attento al mondo della formazione universitaria e professionale. Perché questi due pilastri alimentano il circolo virtuoso delle nuove tecnologie, colonna spinale delle autostrade del mare.

Il bacino del Mediterraneo accoglie sui propri fondali e nelle intersezioni con le coste ben 850 infrastrutture sensibili tra porti, dorsali di telecomunicazione, gasdotti e oleodotti. Con una proiezione da qui al 2030 di almeno altri 60 progetti in cantiere.

I cavi sottomarini per le telecomunicazioni

Medusa, Blue Med, Blue Raman sono i nomi che spiccano tra le 65 dorsali in fibra e di telecomunicazione che attraversano da Nord a Sud, Est e Ovest il Mare Nostrum per un totale di circa 150.000 chilometri. Non poco se si considera che la ragnatela del Pacifico arriva a 250.000 chilometri, quella dell’Atlantico a 200.000 e la rete del Mar cinese meridionale a 40.000. Con le sotto dorsali e i cantieri previsti si arriverà a 118 sistemi distinti con una capacità complessiva di 450 Petabyte al secondo che garantireà il 95% delle comunicazioni globali.

Secondo i dati più recenti di TeleGeography, a livello globale operano 597 sistemi di cavi sottomarini con 1.712 punti di approdo attivi. Nel contesto mediterraneo, questa infrastruttura assume una rilevanza strategica particolare data la posizione geografica unica del bacino, che funge da ponte naturale tra tre continenti e da corridoio obbligato per il traffico dati tra Asia ed Europa.

Tale rete capillare, che al di là delle dorsali conta ben 260 cavi primari, necessita di ripetitori sottomarini alimentati da corrente ad alta tensione, di manutenzione costante tramite navi posacavi e droni underwater che a loro volta alimentano un business crescente. Basti pensare che se nel triennio 2020-2023 gli investimenti sono stati pari a 2,5 miliardi, in quello 2027-2030 arriveranno alla cifra di 4.5 miliardi.

Cavi sottomarini del Mediterraneo occidentale o orientale

Le reti locali inserite nelle traiettorie internazionali

I progetti in espansione (Medusa, Unitirreno, Eagle) introducono tecnologie di quinta generazione con capacità fino a 624 Tbps per cavo, rappresentando un salto quantitativo e qualitativo senza precedenti. Tuttavia, la resilienza della rete rimane compromessa dalla dipendenza da singoli punti di fallimento, in particolare il crossing egiziano che concentra 17 cavi in un'area geografica limitata.

La protezione di questa infrastruttura richiede un approccio multilivello che integri cooperazione internazionale, investimenti in sorveglianza sottomarina, diversificazione delle rotte e framework normativi robusti. L’Unione europea e la Nato hanno recentemente intensificato gli sforzi in questa direzione, ma le vulnerabilità mediterranee rischiano sostanzialmente di rimanere sotto protette rispetto ad altre regioni come il Mar del Nord o l’Atlantico settentrionale.

Cavi sottomarini maggiori del Mediterraneo

Le principali dorsali del bacino

L’Egitto da solo ospita 14 sistemi di cavi sottomarini, 10 stazioni di approdo e 10 rotte terrestri che attraversano il Paese, collegando il Mar Rosso e il Mediterraneo. Questo rappresenta il più grande choke point delle telecomunicazioni globali, con 17 cavi sottomarini che transitano attraverso il Mar Rosso trasportando una porzione significativa del traffico dati tra Asia, Europa e Africa.

La presenza atlantica nel Mediterraneo

Stiamo inoltre assistendo a una crescente concorrenza degli operatori americani o in generale impegnati nell’oceano Atlantico. Sono rotte che storicamente non toccavano il Mediterraneo, ma ora cavi che partono da Virginia beach puntano al Mare Nostrum, soprattutto occidentale, come sistema di back up. Se il trend proseguirà, significa che per le aziende europee ed italiane sarà sempre più strategico puntare verso la parte orientale e i Paesi del Golfo per evitare una concorrenza diretta con Google o Microsoft.

L’intreccio con le dorsali provenienti dagli Usa

Linee di back up

Le infrastrutture militari

Lungo i fondali del Mediterraneo esiste una rete di cavi militari (nazionali e Nato) coperta da segreto. I numeri non sono esigui. Le stime degli analisti parlano di almeno 47 infrastrutture in gran parte per le telecomunicazioni. Le infrastrutture militari e governative non pubbliche rappresentano approssimativamente il 15-20% della capacità totale di telecomunicazione sottomarina nel Mediterraneo, ma gestiscono una percentuale significativamente superiore del traffico strategico e classificato.

La ridondanza di queste infrastrutture è progettata per garantire la sopravvivenza delle comunicazioni militari anche in scenari di conflitto, con percorsi alternativi e capacità di ripristino rapido. Ma ci sono anche punti di ascolto Sigint (Signals Intelligence). Senza dimenticare l’impegno – a dire il vero residuo – dei Five Eyes con le attività Echelon.

Nel complesso si tratta di una rete autonoma. La maggior parte dei dati relativi alla dimensione militare dei cavi dati sottomarini non è di dominio pubblico o è pesantemente classificata. Un aspetto intrinseco alla natura strategica delle comunicazioni militari, che richiedono livelli di sicurezza, ridondanza e protezione superiori rispetto alle infrastrutture civili.

La US Navy è uno dei più grandi proprietari di cavi sottomarini al mondo, ma i suoi sistemi sono utilizzati per il monitoraggio acustico e i sensori, non per le telecomunicazioni tradizionali underwater. Il futuro vedrà una modernizzazione dei sistemi Nato Iuss con sensori avanzati, AI, droni subacquei e un aumento della cooperazione civile-militare per la protezione delle infrastrutture critiche. La sovranità digitale europea e la protezione delle infrastrutture sottomarine rimarranno priorità strategiche per l’Ue e la Nato nei prossimi anni.

Esempi di connessioni della Difesa

Attività di ascolto, controllo e comunicazione

L’Italia rappresenta un caso esemplare di integrazione dual-use attraverso la cooperazione tra Marina Militare, Sparkle e Fincantieri. Nel luglio 2022, la Marina Militare Italiana e Sparkle hanno firmato un Memorandum d’Intesa per la protezione dei cavi sottomarini di telecomunicazione. L’accordo mira a migliorare la protezione delle infrastrutture di comunicazione sottomarina attraverso lo sviluppo di attività di ricerca e procedure operative condivise.

Nel dicembre 2024, Fincantieri e Sparkle hanno firmato un ulteriore Memorandum d’Intesa per collaborare sulla sorveglianza e protezione. Questo approccio “unitario” italiano alla sicurezza marittima integra capacità militari e civili per la protezione delle infrastrutture critiche. I sottomarini monitoreranno e faranno detection contro attacchi ai cavi internet.

Infrastrutture elettriche

Attualmente gli elettrodotti che toccano il Mediterraneo sono 7, altrettanti sono in costruzione o in studio. La Commissione Ue prevede 235 progetti transfrontalieri di cui 85 dedicati a elettricità, offshore e reti intelligenti. Con una capacità aggiuntiva di circa 15 Gigawatt, rispetto agli attuali teorici 30 Gigawatt. L’area, insomma, sul fronte elettrico è la seconda al mondo per sviluppo e la terza per investimenti dopo Nord Europa e Usa.

Il bacino sta vivendo una trasformazione epocale nel panorama delle infrastrutture energetiche sottomarine, con le interconnessioni elettriche che stanno rapidamente diventando l’asse portante della transizione energetica europea e della cooperazione euro-mediterranea. La capacità totale di trasmissione elettrica sottomarina, considerando tutte le fasi di sviluppo, ammonta a circa 22,4 GW, con un investimento complessivo di circa 24,35 miliardi e una lunghezza totale di collegamenti pari a circa 12.411 chilometri.

La rete di elettrodotti

Capacità ed estensione delle linee

L’evoluzione tecnologica è stata radicale, passando da sistemi HVAC convenzionali degli anni Novante a configurazioni VSC-HVDC multi-terminali avanzate con capacità di 1.000-3.000 MW e profondità operative fino a 3.000 metri. I progetti di quarta generazione, come GREGY (3.000 MW), Biscay Gulf (2.000 MW) e EuroAsia/Great Sea Interconnector (2.000 MW espandibili), introducono capacità senza precedenti e tecnologie multi-terminali che sono in grado di permettere la creazione di reti elettriche trans-mediterranee integrate.

Le proiezioni indicano una crescita esponenziale della capacità di interconnessione elettrica sottomarina, con un orizzonte di 32,8-34,2 GW nel 2040. Questa espansione permetterà l’integrazione di 250 GW di capacità rinnovabile e la riduzione di 140 Mt di CO₂/anno, contribuendo significativamente agli obiettivi del Green Deal europeo e dell'Accordo di Parigi.

Il Mediterraneo, dunque, si posiziona come la seconda regione al mondo per sviluppo di interconnessioni elettriche sottomarine, superata solo dal Nord Europa, e come il terzo mercato globale per investimenti in infrastrutture elettriche sottomarine, dopo il Regno Unito-Continente e il Nord America. La transizione verso un sistema energetico integrato trans-mediterraneo rappresenta una delle più significative trasformazioni infrastrutturali del XXI secolo, con implicazioni strategiche, economiche e geopolitiche di portata storica.

Il caso Gregy

Il progetto Gregy rappresenta un caso ambizioso di interconnessione elettrica nel Mediterraneo orientale, con una capacità di 3.000 MW e una lunghezza di 954 chilometri Sviluppato dal Copelouzos group attraverso la subsidiary Elica Interconnector, il progetto collegherà l’Egitto alla Grecia e, attraverso la rete greca, al resto d’Europa.

Nel gennaio 2026, il progetto ha ricevuto un finanziamento di 9,56 milioni dall'Unione europea per ulteriori studi di fattibilità. Nell’ottobre 2025, Grecia ed Egitto avevano firmato un Memorandum d’Intesa per rendere lo schema un sistema ampio di integrazione energetica senza precedenti tra Europa e Nord Africa, permettendo all’Egitto di esportare la sua abbondante produzione di energia solare verso l’Europa. Il progetto è supportato dalla strategia Global Gateway dell’Ue e dal Green Deal, che mirano a decarbonizzare l’economia europea attraverso l’importazione di energia rinnovabile dai Paesi del vicinato meridionale.

La resilienza della rete elettrica sottomarina mediterranea presenta vulnerabilità significative, concentrate in pochi choke points geografici e dipendenti da un numero limitato di infrastrutture critiche.

La rete di gasdotti

A tutto ciò si aggiungono i gasdotti che sono 9 (di cui 2 non operativi) più un sistema regionale estremamente sensibile agli eventi geopolitici. Come il Gme che collega Algeria e Spagna ed è strettamente dipendente dalle tensioni tra i due Paesi relative al tema del Western Sahara. Il flusso del gas in questi mesi sta raccontando una serie di novità. Se prima della guerra in Ucraina, la direzione era da Nord Est a Sud, adesso l’infrastruttura vede spesso una direzione inversa. E quindi uno scenario nuovo per l’Italia: esportare ai Paesi del Centro Nord.

I flussi dell’oro azzurro

La ragnatela di pipeline attraverso il bacino mediterraneo

Il caso Turchia

Nel Mar Nero, il Blue Stream e il TurkStream di Gazprom hanno storicamente garantito l’egemonia energetica della Federazione Russa sulla Turchia e sull’Europa del Sud. Tuttavia, l’Unione europea sta finalizzando un quadro regolatorio per imporre il divieto totale di importazione di gas russo transitato per la Turchia entro il prossimo autunno.

Il Blue Stream, con i suoi 16bcm/anno, opera ormai esclusivamente per il mercato interno turco, a seguito della scadenza dei contratti di transito verso l’Europa. Il TurkStream, con una capacità totale di 31.5bcm/anno, è diviso in due linee: una dedicata alla Turchia e una destinata al transito verso i Balcani.

Nonostante le sanzioni Ue, i flussi verso l’Europa meridionale sono rimasti sostenuti, con medie di 55.8 milioni di metri cubi al giorno nel gennaio 2026. Interessante anche il caso di ITG (Turkey-Greece Interconnector), con i suoi 80 chilometri sottomarini attraverso il Mar di Marmara e l’Egeo.

L’infrastruttura aveva originariamente una capacità di 3bcm/anno, ma è stata poi integrata nelle reti TANAP e Southern Gas Corridor, permettendo flussi bidirezionali che teoricamente potrebbero trasportare gas azero verso la Turchia o gas turco (incluso quello di origine russa o Gnl rigassificato) verso la Grecia.

Confermando quanto sia importante porre attenzione a specifici snodi se si vuole rendere le scelte di politica estera Ue efficaci. Mentre, al contrario Ankara dimostra una attenta presenza e un monitoraggio costante delle infrastrutture attraverso le proprie attività militari.

Il presidio di Ankara

Attività civili e militari controllano le comunicazioni

La Turchia mantiene anche una presenza significativa nelle infrastrutture di telecomunicazione sottomarine mediterranee, con Türk Telekom che ha costruito una stazione di cavi sottomarini ad alta capacità a Marmaris come parte di un progetto da 700 milioni di dollari. La stazione di Marmaris è stata costruita specificamente per il progetto SEA-ME-WE 5.

Tuttavia, la Turchia ha anche utilizzato mezzi militari per ostruire la posa di cavi in fibra ottica tra le isole greche di Astypalaia e Amorgos, con la Marina turca che ha interferito attivamente nel marzo 2026. Questo comportamento dimostra come le infrastrutture di telecomunicazione sottomarine siano diventate un campo di competizione geopolitica nel Mediterraneo orientale.

Gli oleodotti

Infine, ci sono gli oleodotti. O meglio c’è Sumed, lungo 320 chilometri, con matrice egiziana. Gli altri quattro servono da connessioni locali. Nel complesso coprono solo il 15% del trasporto di greggio. Ciò significa che il restante 85% viaggia in superficie e arriva tutto sommato a un numero esiguo dei 450 porti del bacino mediterraneo. Anche il flusso dei container è polarizzato. L’85% del trasbordo avviene in 12 scali. Tra cui Tang Med e Pireo. Un attacco cyber in uno di questi scali può costare miliardi.

Il flusso di petrolio

Nel Mediterraneo solo il 15% del greggio viaggia attraverso le tubature

Il bacino del Mediterraneo ospita un ecosistema marittimo frammentato e stratificato, comprendente oltre 450 porti commerciali di rilevanza internazionale, 1.200 porti pescherecci e rifugi di costa, e circa 1.800 approdi turistici. Questa iper-densità infrastrutturale è il risultato di millenni di storia geopolitica, ma la sua configurazione attuale è dettata da logiche di efficienza econometrica e da accordi internazionali.

La classificazione funzionale di questi asset richiede l’adozione di una matrice di impatto-probabilità che distingua tra porti a vocazione trans-oceanica (hub di trasbordo), porti gateway (merci verso l’hinterland), porti energetici (terminali Gnl, petrolchimici) e basi navali a proiezione strategica.

L’analisi SWOT strategica multi-livello applicata a questi nodi rivela una vulnerabilità sistemica: l’85% della capacità di trasbordo containerizzata è concentrata in appena 12 mega-hub, creando singoli punti di fallimento suscettibili a blocchi sindacali, cyber-attacchi o sabotaggi fisici.

Porti militari

La mappa delle installazioni militari nel Mediterraneo definisce le linee di faglia della competizione tra Nato e la coalizione russo-cino-siriana. L’analisi delle infrastrutture di banchinaggio, dei bacini di carenaggio e delle reti Sigint (Signals Intelligence) rivela una disparità di capacità logistica a favore dell’Alleanza atlantica.

L’Italia mantiene una proiezione capillare con la base di Taranto (quartier generale della flotta d’altura), Augusta (supporto logistico e sottomarini), La Spezia e Brindisi.

La Francia concentra la sua forza di proiezione nucleare e convenzionale a Tolone, la più grande base navale europea, supportata da Brest per la componente sottomarina strategica.

La Spagna utilizza Rota (cruciale per i cacciatorpediniere Aegis USA) e Cartagena per la flotta sottomarina e di superficie.

La Grecia offre alla nato la baia di Souda a Creta, un hub Sigint e logistico inestimabile per il controllo del Mediterraneo orientale, e la base di Salamina vicino ad Atene.

La Turchia gestisce il complesso di Gölcük (Mar di Marmara) e Aksaz (Mar Egeo), fondamentali per il controllo degli stretti.

L’Egitto ha modernizzato Alessandria e Port Said con l’assistenza degli Emirati Arabi Uniti, creando una presenza navale capace di proiettare potenza verso il Corno d’Africa e il Levante.

Israele basa la sua flotta di sottomarini Dolphin (capaci di lancio nucleare) a Haifa. Gli Stati Uniti d’America mantengono una rete di supporto vitale attraverso Sigonella (aeroporto e hub UAV), Souda, Rota e Napoli.

La Federazione Russa basa la sua presenza diretta nel Mediterraneo esclusivamente su Tartus (Siria) e, indirettamente, sulle infrastrutture catturate o influenzate in Libia. Tartus è stata oggetto di un accordo di estensione per 49 anni nel 2017 e recentemente è stata dragata per accogliere incrociatori e sottomarini nucleari, sebbene la sua vulnerabilità logistica e la vicinanza ai conflitti in Siria ne limitino l’efficacia strategica.

I choke point

I colli di bottiglia geografici rappresentano i punti nei quali è più facile si rompa o vada in difficoltà il sistema logistico globale, Sono soggetti a diagnostiche di tipping point nel caso un singolo evento cinetico o legale possa paralizzare i flussi.

Stretto di Gibilterra: Arteria vitale tra Atlantico e Mediterraneo, con un transito medio giornaliero di 300-500 navi commerciali, a cui si sommano unità militari e da diporto.La sorveglianza è garantita dal sistema SIVE (Sistema Integrato de Vigilancia Exterior) spagnolo e dai radar Nato.

Canale di Suez: Nodo cruciale per i traffici euro-asiatici. L’Autorità del Canale di Suez ha registrato una ripresa, ma i transiti delle portacontainer rimangono inferiori del 60% rispetto ai livelli pre-crisi del Mar Rosso. La capacità teorica è di 97 navi/giorno, ma le dinamiche di convoglio e le scorte di sicurezza riducono il flusso effettivo.

Stretto di Sicilia e Canale d’Otranto: Il primo è un teatro di operazioni ibride, pesca illegale e rotte migratorie, con un traffico mercantile denso ma disperso. Il secondo è il gateway verso l’Adriatico, cruciale per i porti di Trieste e Bari, monitorato costantemente.

Stretti Turchi (Bosforo e Dardanelli): Governati dalla Convenzione di Montreux (1936), hanno visto un traffico record nel 2025, con 40.172 navi transitanti il Bosforo e 44.468 i Dardanelli, movimentando oltre 911 milioni di tonnellate di carico. Nel primo trimestre 2026, 9.195 vascelli hanno attraversato il Bosforo. La Convenzione di Montreux impone limiti stringenti al transito di navi militari non rivierasche, diventando uno strumento di lawfare e deterrenza geopolitica.

Le strettoie del nostro mare

Merci e container e principali punti di passaggio

Conclusioni

Tra cavi, reti, pipeline, lo scenario complessivo tende, dunque, a Est e dialoga con il Sud. Una direzione fondamentale se si vogliono tracciare strategie per il prossimo decennio. In conclusione, il Mar Mediterraneo si sta trasformando da un semplice specchio d’acqua di transito a un'infrastruttura critica tridimensionale, un ipergrafo sottomarino denso e vulnerabile che sostiene l’intera architettura economica e digitale dell’Europa.

La capacità di proteggere, espandere e gestire questo patrimonio sommerso attraverso la cooperazione multinazionale, l’innovazione tecnologica e il lawfare internazionale determinerà la resilienza strategica del Continente nei prossimi decenni.

La transizione verso l’idrogeno e l’elettricità rinnovabile richiederà una nuova generazione di ingegneria sottomarina, mentre la guerra ibrida sui fondali ha già imposto un cambio di paradigma nella dottrina di difesa navale, passando dalla protezione delle rotte alla difesa puntuale e continua dei nodi e delle arterie critiche.

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