L'Italia e i diritti LGBT+
Scalinata Rainbow Map europea

Ogni anno, a maggio, ILGA-Europe, un'organizzazione non governativa indipendente, che riunisce oltre 700 organizzazioni attive sui diritti delle persone LGBT+ in Europa e Asia centrale, pubblica una mappa. Si chiama Rainbow Map ed è un indice che valuta le leggi e le politiche che incidono sulla vita delle persone LGBT in 49 paesi europei.

La mappa valuta 76 criteri suddivisi in sette categorie tematiche. A ciascun criterio viene assegnato un valore: 1 se nel paese considerato è prevista una legge o una tutela per quel criterio, 0 se non è prevista. Ogni criterio ha però un peso diverso, espresso in percentuale, che determina quanto incide sul punteggio finale. Il punteggio complessivo, che va da 0 al 100%, è la somma dei pesi di tutti i criteri che il paese soddisfa.

Se la classifica fosse una scalinata, in cima ci sarebbe la Spagna.
La media dell'Unione Europea sarebbe più o meno qui, al 52%.
L'Italia sarebbe qui, al 36° posto, con un punteggio del 24,11%. Infrastruttura giuridica in costruzione
Concretamente, questo significa che, secondo la metodologia di ILGA-Europe, l'Italia ha costruito meno di un quarto dell'infrastruttura giuridica considerata necessaria per un sistema completo di tutele legali per le persone LGBT+.
L'Italia e i diritti LGBT+
di Rita Nadir Nicotra
Ogni anno, a maggio, ILGA-Europe, un'organizzazione non governativa indipendente, che riunisce oltre 700 organizzazioni attive sui diritti delle persone LGBT+ in Europa e Asia centrale, pubblica una mappa. Si chiama Rainbow Map ed è un indice che valuta le leggi e le politiche che incidono sulla vita delle persone LGBT in 49 paesi europei.
La mappa valuta 76 criteri suddivisi in sette categorie tematiche. A ciascun criterio viene assegnato un valore: 1 se nel paese considerato è prevista una legge o una tutela per quel criterio, 0 se non è prevista. Ogni criterio ha però un peso diverso, espresso in percentuale, che determina quanto incide sul punteggio finale. Il punteggio complessivo, che va da 0 al 100%, è la somma dei pesi di tutti i criteri che il paese soddisfa.
Scala Rainbow Map europea
Se la classifica fosse una scalinata, in cima ci sarebbe la Spagna.

La media dell'Unione Europea sarebbe più o meno qui, al 52%.

L'Italia sarebbe qui, al 36° posto, con un punteggio del 24,11%.
Concretamente, questo
significa che, secondo la
metodologia di ILGA-Europe, l'Italia ha finora
costruito meno di un
quarto
dell'infrastruttura
giuridica considerata
necessaria per un sistema
completo di tutele legali
per le persone LGBTQI+.
Grafico costruzione

Cronologia dei diritti
LGBT+ in Italia

Cronologia dei diritti
LGBT+ in Italia

1982

Viene approvata la legge 164/1982, la
prima normativa italiana che disciplina
la rettificazione anagrafica del sesso e
del nome delle persone transgender.

2003

Il d.lgs. 216/2003, che recepisce una
direttiva europea, vieta le discriminazioni
fondate sull'orientamento sessuale
nell'accesso al lavoro.

2015

La Corte europea dei diritti dell'uomo
condanna l'Italia per non aver garantito
alcuna forma di riconoscimento
giuridico alle coppie dello stesso sesso.

2016

Viene approvata la legge Cirinnà (n.
76/2016), che introduce le unioni civili.
Dal testo viene eliminata, prima del
voto finale, la norma sulla cosiddetta
‘stepchild adoption’.

2021

Il DDL Zan viene respinto dal Senato.
Avrebbe esteso le tutele penali contro
discriminazione e violenza anche ai casi
motivati da orientamento sessuale,
identità di genere, sesso e disabilità.

2022

Su indicazione del Ministero
dell'Interno, le Prefetture invitano i
Comuni a interrompere la registrazione
di entrambe le madri negli atti di
nascita dei figli di coppie di donne.

2025

Con la sentenza n. 68/2025, la Corte
costituzionale stabilisce che, nei casi di
PMA praticata all'estero da coppie di
donne, anche la madre non gestante
debba essere riconosciuta come
genitrice fin dalla nascita.

Ma per farlo erano necessari intervento chirurgico e sentenza del tribunale.

Cronologia dei diritti
LGBT+ in Italia

Cronologia dei diritti LGBT+ in Italia

Le famiglie
omogenitoriali

Con la sentenza n. 68 del 22 maggio 2025, la Corte Costituzionale è intervenuta su un vuoto che durava da quasi dieci anni: in Italia non esisteva nessuna legge che regolasse il riconoscimento dei figli di due madri e i figli di due padri rimangono ancora senza tutele. Quel vuoto era nato nel 2016, quando, poco prima dell'approvazione, dalla proposta di legge sulle unioni civili venne eliminato l'articolo sulla cosiddetta stepchild adoption. Prima della sentenza, per ottenere il riconoscimento della madre non gestante, le coppie di donne avevano due strade, entrambe incerte.

La prima era l'adozione in casi particolari: un percorso giudiziario che implicava il coinvolgimento di avvocati, il passaggio davanti a un giudice e una serie di valutazioni da parte dei servizi sociali. La seconda passava dagli uffici anagrafici. Intorno al 2018, durante la cosiddetta "primavera dei sindaci", alcune amministrazioni iniziarono a registrare entrambe le madri negli atti di nascita, ma era una possibilità che dipendeva dal comune e che si rivelò fragile: quegli atti potevano essere impugnati dalle procure, e in diversi casi lo sono stati, costringendo le famiglie ad avviare nuovi procedimenti legali.

Una di queste famiglie
è quella di Michela e Viola.

Le loro figlie, Giulia e Cecilia, sono nate nella stessa città a quattro anni di distanza. Quando nel 2022 è nata Giulia, il comune ha registrato entrambe le madri nel suo atto di nascita. Meno di sei mesi dopo, la Procura ha impugnato quell'atto, chiedendo la cancellazione di Michela, la madre non gestante. Per riottenere il riconoscimento del legame genitoriale, la famiglia ha dovuto avviare la procedura di adozione in casi particolari.

Cecilia invece è nata nel 2026, diversi mesi dopo la sentenza n.68/2025 della Corte Costituzionale. Il riconoscimento di entrambe le sue madri è avvenuto direttamente all'anagrafe del comune, al momento della denuncia di nascita.

I due percorsi, a confronto

I due percorsi a confronto

Le famiglie omogenitoriali

Con la sentenza n. 68 del 22 maggio 2025, la Corte Costituzionale è intervenuta su un vuoto che durava da quasi dieci anni: in Italia non esisteva nessuna legge che regolasse il riconoscimento dei figli di due madri e i figli di due padri rimangono ancora senza tutele. Quel vuoto era nato nel 2016, quando, poco prima dell'approvazione, dalla proposta di legge sulle unioni civili venne eliminato l'articolo sulla cosiddetta stepchild adoption. Prima della sentenza, per ottenere il riconoscimento della madre non gestante, le coppie di donne avevano due strade, entrambe incerte.

La prima era l'adozione in casi particolari: un percorso giudiziario che implicava il coinvolgimento di avvocati, il passaggio davanti a un giudice e una serie di valutazioni da parte dei servizi sociali. La seconda passava dagli uffici anagrafici. Intorno al 2018, durante la cosiddetta "primavera dei sindaci", alcune amministrazioni iniziarono a registrare entrambe le madri negli atti di nascita, ma era una possibilità che dipendeva dal comune e che si rivelò fragile: quegli atti potevano essere impugnati dalle procure, e in diversi casi lo sono stati, costringendo le famiglie ad avviare nuovi procedimenti legali.

Una di queste famiglie è quella di Michela e Viola.

Le loro figlie, Giulia e Cecilia, sono nate nella stessa città a quattro anni di distanza. Quando nel 2022 è nata Giulia, il comune ha registrato entrambe le madri nel suo atto di nascita. Meno di sei mesi dopo, la Procura ha impugnato quell'atto, chiedendo la cancellazione di Michela, la madre non gestante. Per riottenere il riconoscimento del legame genitoriale, la famiglia ha dovuto avviare la procedura di adozione in casi particolari.

Cecilia invece è nata nel 2026, diversi mesi dopo la sentenza n.68/2025 della Corte Costituzionale. Il riconoscimento di entrambe le sue madri è avvenuto direttamente all'anagrafe del comune, al momento della denuncia di nascita.

I due percorsi, a confronto

tocca le card per scoprire

Giulia Cecilia
Adozione Dopo un anno
Riconoscimento

La storia di Michela e Viola mostra come la sentenza della Corte Costituzionale abbia cambiato concretamente la vita di una famiglia. La sentenza ha equiparato il riconoscimento dei figli delle coppie di madri a quello dei figli delle coppie eterosessuali: l’unico requisito è il consenso informato alla procreazione medicalmente assistita firmato da entrambe le madri presso la clinica di fertilità estera. Non è invece un requisito che le madri siano unite civilmente. Ma quante famiglie hanno beneficiato di questa importante decisione?

I riconoscimenti anagrafici nei
capoluoghi di regione, dopo la sentenza
I riconoscimenti anagrafici
nei capoluoghi di regione,
dopo la sentenza

Fonte: richieste di accesso civico generalizzato.

Dati aggiornati a giugno 2026.

Riconoscimenti (dim. ∝ per 100.000 ab.)
Dato non disponibile
Dato parziale (<20)
✕Richiesta rifiutata
Con 176 riconoscimenti dal 22 maggio 2025, Roma è il comune con il numero di riconoscimenti più alto tra quelli che hanno risposto alla richiesta di accesso civico generalizzato.
Il comune di Genova riporta iniziali dubbi interpretativi, chiariti attraverso il confronto con le associazioni degli ufficiali di stato civile, che hanno confermato l’applicabilità immediata della sentenza.
L’Aquila è stata l’unica città a dichiarare irricevibile la richiesta di accesso civico generalizzato.
Il comune di Milano segnala iniziali difficoltà tecniche: i sistemi informatici non prevedevano due codici fiscali femminili, e mancavano formule ministeriali specifiche. Alcune criticità nell’utilizzo dell’Archivio Nazionale di Stato Civile permangono ancora oggi.
Il comune di Trieste ha scelto di non comunicare il numero preciso di riconoscimenti effettuati per ragioni di privacy, precisando tuttavia che ammontano a poche unità: meno di venti.
I dati si riferiscono sia ai riconoscimenti alla nascita, sia ai riconoscimenti successivi, ovvero effettuati anche anni dopo la nascita, nei casi in cui il legame genitoriale non fosse mai stato formalizzato. La sentenza si applica infatti a entrambe le situazioni.

Le unioni civili

La legge Cirinnà, approvata nel maggio del 2016 dopo anni di richieste e pressioni, anche da parte dei tribunali e della stessa Corte Costituzionale, oltre che dopo una condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo, ha introdotto per la prima volta in Italia la possibilità di riconoscere legalmente l’unione tra persone dello stesso sesso, tramite l’unione civile.

Arrivata all’approvazione con la stepchild adoption già rimossa dalla proposta di legge durante la discussione, la norma è stata da subito molto criticata per ciò che non contiene. L’unione civile è stata infatti concepita dal legislatore come un istituto giuridico autonomo e distinto dal matrimonio, destinato esclusivamente alle coppie dello stesso sesso.

Poiché in Italia
l’adozione congiunta è
riservata alle
coppie sposate,
le coppie
omosessuali
non possono
adottare
insieme.

Nonostante questi limiti, tra
il 2016 e il 2024
si sono unite
civilmente 21.936 coppie.

La loro distribuzione sul territorio è tutt’altro che uniforme. Nella mappa che segue abbiamo provato a confrontare il numero delle unioni civili nelle province italiane con la presenza delle associazioni a tutela e supporto delle persone LGBTQI+. Pur non essendo una misura dell’accettazione sociale, queste associazioni rappresentano una parte della rete di supporto e aggregazione disponibile per la comunità.

La mappa mostra che i due fenomeni seguono, almeno in parte, una geografia simile: sia le unioni civili sia le associazioni si concentrano soprattutto nel Nord Italia, mentre nel Centro e, soprattutto, nel Sud diventano progressivamente meno numerose. I dati ISTAT sulle unioni confermano questo divario: nel Nord-ovest si registrano 6,1 unioni civili ogni 100.000 abitanti, contro le 2,9 del Sud. Le province con più unioni civili ogni 100.000 abitanti sono Bergamo, Cuneo e Vicenza. Le città con più associazioni LGBT+ ogni 100.000 abitanti sono invece Bergamo, Trieste e Bologna.

Unioni civili e reti LGBT+:
due mappe a confronto

SELEZIONA:
UNIONI CIVILI
ASSOCIAZIONI
Unioni civili per 100.000 ab.
2 29 63 110

Fonti: Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS), ricerca per parole chiave; Arcigay, elenco
sedi territoriali (arcigay.it/sedi). Giugno 2026.

Unioni civili e famiglie omogenitoriali, tuttavia, sono solo uno degli aspetti considerati dalla Rainbow Map di ILGA-Europe. È anche per ciò che manca nelle altre aree che, nel 2026, l’Italia occupa il 36° posto su 49 paesi europei. Tra le categorie in cui il paese, secondo i criteri di ILGA-Europe, non ottiene alcun punteggio figura la tutela dai crimini e dai discorsi d’odio. L’Italia infatti non dispone di una norma che introduca l’omofobia come aggravante nei reati o come reato di istigazione all’odio. Il DDL Zan, che avrebbe colmato questa lacuna, è stato respinto dal Senato nel 2021.

L’Italia ha invece dal 2003 una legge nazionale che vieta la discriminazione per orientamento sessuale nel lavoro, per recepimento di una direttiva europea.

Nove regioni hanno esteso le tutele antidiscriminazione
oltre il lavoro

NESSUNA LEGGE LEGGE PRESENTE
ABRUZZO
BASILICATA
CALABRIA
CAMPANIA
EMILIA-ROMAGNA
FRIULI VENEZIA GIULIA
LAZIO
LIGURIA
LOMBARDIA
MARCHE
MOLISE
PIEMONTE
PUGLIA
SARDEGNA
SICILIA
TOSCANA
TRENTINO-ALTO ADIGE
UMBRIA
VALLE D'AOSTA
VENETO

Questa frammentazione riguarda anche il modo in cui il fenomeno viene misurato. In Italia non esiste una rilevazione nazionale sistematica sui crimini motivati da orientamento sessuale o identità di genere. Lo stesso OSCAD, l’osservatorio ministeriale che monitora i crimini discriminatori, riconosce nei propri rapporti che i dati in questa materia “non hanno valore statistico sul fenomeno in Italia”, per l’assenza di una classificazione giuridica specifica.

Lo stesso problema riguarda altri aspetti della vita delle persone LGBT+. Non esiste, per esempio, un dato nazionale aggiornato sul numero di famiglie omogenitoriali o sui bambini e le bambine che crescono con almeno un genitore LGBT+.

Per provare a ricostruire una parte di questa realtà, abbiamo dovuto richiedere ai comuni capoluogo di regione i dati sulle registrazioni anagrafiche di figli e figlie di coppie dello stesso sesso. Ogni richiesta ha dovuto essere presentata singolarmente, comune per comune, con esiti molto diversi tra loro che permettono di ricostruire solo un primo quadro, ancora parziale.

Anche il panorama normativo ricostruito in questa pagina presenta una struttura frammentata: in molti casi i cambiamenti più rilevanti sono arrivati attraverso sentenze dei tribunali o della Corte Costituzionale, mentre il Parlamento non ha ancora definito una disciplina organica su diversi aspetti della vita delle persone LGBT+. La mancanza di dati non è solo una questione statistica. Quando un fenomeno non viene rilevato in modo sistematico, diventa più difficile seguirne l’evoluzione, comprenderne la dimensione e progettare politiche adeguate.