Il ghiaccio che resta

Il ghiacciaio Careser è il più studiato del nostro arco alpino.
E ci dice qualcosa sul nostro futuro
Il ghiacciaio Careser è il più
studiato del nostro arco alpino.
E ci dice qualcosa sul nostro futuro
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▲ Due foto a confronto: il ghiacciaio del Careser nell'agosto 1933 e a metà settembre 2018. Foto 1933 A. Desio (fonte: Comitato Glaciologico Italiano). Foto 2018 L. Carturan
di Luca Salvioli

Il ghiacciaio del Careser, nel settore sud-orientale del gruppo Ortles-Cevedale, è il più studiato del nostro arco alpino. Le misure di bilancio di massa glaciale, che servono a valutarne l’evoluzione, sono iniziate nel 1967. Cominciò a farle Giorgio Zanon, glaciologo dell’Università di Padova. Partecipò alle ricerche anche Enel, perché le acque che scendono dal ghiacciaio alimentano il bacino artificiale del Careser, utilizzato dagli anni Trenta per la produzione di energia elettrica.

Dal 2002 le misure di bilancio sono coordinate da Luca Carturan, ricercatore dell’università di Padova (dipartimenti TeSAF e Geoscienze), glaciologo e membro del Comitato Glaciologico Italiano. Per la rivista Geografia Fisica e Dinamica Quaternaria, edita dal Comitato Glaciologico Italiano, Carturan si occupa annualmente di compilare i dati dei bilanci di massa sui ghiacciai italiani monitorati.

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▲ Misure di densità della neve in trincea (Luca Carturan)

«Per misurare l’evoluzione dei ghiacciai esistono diversi metodi – spiega il ricercatore -. Alcuni sono indiretti, come ad esempio il rilevamento topografico della superficie mediante la topografia o i droni. Sul ghiacciao del Careser viene utilizzato soprattutto il metodo glaciologico diretto, dunque andiamo sul posto per misurare l’accumulo nevoso e la fusione di neve e ghiaccio, in diversi momenti dell’anno».

Anche in questa estate rovente, contraddistinta dal crollo di parte del ghiacciaio della Marmolada, Carturan e il gruppo di lavoro sui ghiacciai trentini composto dall’Ufficio Previsioni e Pianificazione della Provincia Autonoma di Trento, la Commissione Glaciologica della Società degli Alpinisti Tridentini, il Muse e l’Università degli Studi di Padova va avanti con le misurazioni. «La stagione estiva è ancora lunga ma, complice anche la forte scarsità di neve invernale, il 2022 sembra destinato a diventare il peggiore di tutta la serie storica».

Quella del Careser è la più lunga serie storica di bilancio di massa di un ghiacciaio in Italia. Un database unico per conoscere come rispondono i nostri ghiacciai ai cambiamenti climatici. La risposta più immediata è l’immagine che apre questo articolo. Mostra l’aspetto a facciata del ghiacciaio del Careser in una vecchia foto in bianco e nero scattata nell’agosto del 1933. Quella successiva fa vedere quello che rimaneva del ghiacciaio a metà settembre 2018.

In 86 anni ha perso l’86% della sua estensione. Si vede bene dalle immagini a seguire: è passata da 5,45 chilometri quadrati nel 1933 a 0.77 chilometri quadrati nel 2019. «La velocità con cui sta avvenendo è aumentata negli ultimi decenni – sottolinea Carturan -. Tra il 1933 e il 1959 il ghiacciaio perdeva in media lo 0.5% della superficie all’’anno. Dopo un periodo stazionario, dal 1980 ha iniziato a cedere il 2% all’anno, mentre nel periodo successivo al 2012 il tasso di perdita ha raggiunto l’8% annuo».

Le diverse fasi dei ghiacciai Careser e La Mare
Seleziona il ghiacciaio qui sotto e vedi, a scelta, il Careser in 8 diversi periodi storici, dal 1933 al 2012, oppure il La Mare in 10 momenti a partire dal 1600, al massimo della sua estensione storica. Fonti: Carturan et al. (2013), Carturan et al. (2014) - Immagini satellitari Google Earth
Ghiacciaio del Careser
Gruppo dell’Ortles - Cevedale (Trentino Alto Adige)
Ghiacciaio de La Mare
Gruppo dell’Ortles - Cevedale (Trentino Alto Adige)
1933
1959
1969
1980
1990
2000
2006
2012
1600
1923
1945
1959
1983
1994
2001
2003
2006
2012

Tecnicamente il bilancio di massa è la differenza tra i guadagni (accumulo di neve) e le perdite (ablazione di neve e ghiaccio). Alla fine dell’estate per avere un bilancio in pareggio l’area di accumulo, dove permane parte della neve invernale, dovrebbe essere estesa su almeno il 60% del ghiacciaio. Se prevale l’accumulo, allora il ghiacciaio cresce in volume e si espande avanzando verso valle. Se prevale l’ablazione, allora il volume del ghiacciaio si riduce e la fronte si ritira verso monte.

Come funziona un ghiacciaio

«Negli ultimi tre decenni la linea di equilibrio, cioè il limite inferiore della neve residua invernale, si è collocata prevalentemente oltre la quota massima del ghiacciaio - commenta Carturan -. In particolare, oltre ad avere estati più lunghe e calde, sono diminuite molto le nevicate estive, che sono importanti per rallentare la fusione estiva sul ghiacciaio»

Ghiacciaio Cavaion
▲ Foto 1925 A. Desio (fonte: Comitato Glaciologico Italiano). Foto 2007 L. Carturan
1925 / 2007
Il ghiacciaio del Cavaion si trova in val de La Mare nei pressi del ghiacciaio del Careser. Questo confronto fotografico mostra l’aspetto del ghiacciaio nel 1925, quando aveva un’area di circa 15 ettari, e la stessa zona nell’estate del 2007. Il ghiacciaio è completamente estinto e la sua estinzione è avvenuta già negli anni ’80 del secolo scorso.
Ghiacciaio Marmotte
▲ Foto 1923 A. Desio (fonte: Comitato Glaciologico Italiano). Foto 2018 L. Carturan
1923 / 2018
Si tratta di un ex ghiacciaio collocato in val de La Mare, tra i ghiacciai del Careser e de La Mare. Si trova traccia dei suoi ultimi giorni nel Bollettino del Comitato Glaciologico Italiano del 1973, dove si legge che il controllo del 20 agosto 1973 “la neve residua era praticamente assente da tutto il bacino, II ghiacciaio si presentava ulteriormente suddiviso in placche isolate, generalmente di modesta estensione e di ridottissimo spessore”. Per concludere: “DaIle condizioni in cui si venuta a trovare la vedretta sembra opportuno abbandonare, per ora, il controllo di questa ghiacciaio non essendo più esso in grado di fornire alcun utile e significativo dato” (F. Secchieri).
Ghiacciaio del Careser
▲ Foto 1933 A. Desio (fonte: Comitato Glaciologico Italiano). Foto 2010 L. Carturan
1933 / 2010
È il ghiacciaio con la più lunga serie storica di bilancio di massa sulle Alpi italiane. Nella stagione di accumulo 2021-’22, secondo le rilevazioni dell’Ufficio Previsioni e Pianificazione della Provincia autonoma di Trento, la Commissione Glaciologica della Società degli Alpinisti Tridentini, il Muse e l’Università degli Studi di Padova, è stato stimato un equivalente d’acqua del manto nevoso pari a 495 mm, che corrisponde a metà dell’accumulo che mediamente viene misurato in questo periodo dell’anno. Si tratta di uno degli accumuli più scarsi dell’intera serie storica, secondo solo a quello del 2007 (381 mm).
Ghiacciaio de La Mare
▲ Foto 1932 A. Desio (fonte: Comitato Glaciologico Italiano). Foto 2012 R. Seppi
1933 / 2012
Il ghiacciaio de La Mare si colloca nel gruppo Ortles - Cevedale ed ha origine dal monte Cevedale stesso e dal Col della Mare scendendo poi verso la val Venezia. Fino a pochi anni fa il ghiacciaio era alimentato da due bacini di accumulo che davano origine ad una caratteristica lingua valliva. Attualmente il ghiacciaio è suddiviso in due unità a sé stanti e la lingua valliva è scomparsa quasi completamente, staccandosi dal settore superiore e dando origine ad un lembo di ghiaccio morto. Nella stagione 2021-’22 il dato di accumulo è risultato pari a 607 mm, del 40% inferiore rispetto alla media dall’inizio delle misurazioni nel 2003 (982 mm). Anche in questo caso si tratta del secondo peggior accumulo, dopo quello del 2007 (461 mm).

L’accumulo di neve in inverno invece è piuttosto stabile nel tempo, il che può sembrare sorprendente con temperature in ascesa, ma la spiegazione è che stiamo parlando di nevicate intorno ai 3000 metri di quota dove la temperatura permane tuttora sotto il limite necessario affinché le precipitazioni avvengano in forma solida. A quote inferiori, invece, l’innalzamento delle temperature sta rapidamente comportando una significativa diminuzione delle nevicate.

Le serie storiche del Careser e La Mare
E' possibile selezionare il ghiacciaio con il comando sotto il grafico

E così il Careser oggi è in fase di collassamento. «Il 90% di questo ghiacciaio si estende tra i 2.900 metri e i 3.100 ed è pressoché piatto. Questo lo rende molto sensibile alle variazioni climatiche e non gli consente di ritirarsi a quote più elevate. Cosa che invece riesce a fare un altro ghiacciaio che stiamo studiando, quello de La Mare, sempre nel gruppo Ortles-Cevedale, che arriva a quasi a 3.800 ed è in una fase di ‘ritiro attivo’. Significa che, avendo porzioni della sua superficie a quote molto elevate, il ghiacciaio è ancora in grado di adeguare la sua forma al mutamento del clima, perdendo le aree a quota più bassa e mantenendo quelle a quota più alta» dice Carturan.

Sul ghiacciaio de La Mare la serie storica di bilancio di massa è iniziata nel 2003 e il bilancio è sempre stato negativo tranne nel 2014, che arrivava dopo un 2013 quasi in pareggio. «Su questo ghiacciaio succede di osservare periodi di 2-3 anni in cui il bilancio diventa meno negativo oppure addirittura in pareggio o positivo. Tuttavia questi brevi periodi si sono rivelati essere passeggeri e sono stati seguiti da anni eccezionalmente negativi, come si sta rivelando il 2022» aggiunge il ricercatore.

Vale per tutti i ghiacciai dell’arco alpino che vengono monitorati da anni, come si può osservare nei grafici in fondo all’articolo. Non solo: «Normalmente a seguito di una variazione del clima alcuni ghiacciai scompaiono ed altri adeguano la propria forma e dimensione alle nuove condizioni climatiche, tendendo ad un bilancio in pareggio. Il fatto che pur con ghiacciai in forte riduzione il bilancio di massa continui ad essere fortemente negativo, non solo a livello alpino ma anche a scala globale, indica che il clima non si sta stabilizzando, anzi. I ghiacciai sono tra gli indicatori più fedeli. Di questo passo rischiamo di perdere gran parte di quelli dell’arco alpino, inclusi quelli sottoposti a misurazione. Secondo le nostre stime fatte nel 2013, il ghiacciaio del Careser dovrebbe sparire completamente attorno al 2060, ponendo così fine ad una lunga e preziosa serie storica di misurazioni».

Il futuro del ghiacciaio Careser
Gli scenari ipotizzati dal gruppo di ricerca nel 2012, che si sono rivelati accurati nel 2020
Careser Careser 2012 Careser 2020 Careser 2040 Careser 2060
2012 2020 2040 2060

Non è stato sempre così. Ci sono generazioni che hanno visto i ghiacciai formarsi, con tempistiche che attraversano generazioni. Il massimo storico per l’estensione dei nostri ghiacciai nell’Olocene, il periodo climatico attuale, è stimato intorno al 1850 (per approfondire il clima del passato, vai al box sotto). Per andare così indietro non sono disponibili misure accurate come i bilanci di massa. Ma i dati cosiddetti “proxy”, ovvero degli indicatori.

Tra questi i pollini. Daniela Festi è ricercatrice all’Accademia Austriaca delle Scienze. È palinologa, significa che studia i pollini, nel suo caso quelli del passato per capire il cambiamento climatico e l’impatto dell’uomo sull’ambiente alpino. Va a cercarli in diversi tipi di archivi, tra questi i ghiacciai.

Il clima del passato e il nostro futuro
Paolo Gabrielli, glaciochimico del Byrd Polar and Climate Research Center della Ohio State University Otto domande a Paolo Gabrielli, glaciochimico del Byrd Polar and Climate Research Center della Ohio State University
Cosa possiamo dire su quello che è successo ai ghiacciai prima che l’uomo iniziasse a misurarli? “Sappiamo che la terra, e anche i ghiacciai, sono stati soggetti a cicli climatici di 100mila anni governati dalla posizione orbitale terrestre (modi differenti del pianeta di ricevere la radiazione solare) e amplificati dai cicli naturali dei gas serra. Così ere glaciali lunghe (circa 90mila anni) si sono alternate a periodi integlaciali brevi (circa 10mila anni) e i ghiacciai sono avanzati e si sono ritirati in parallelo”.
Per andare così indietro nel tempo che metodologie vengono utilizzate e quanto sono affidabili? “Si utilizzano le carote di ghiaccio estratte dalle calotte polari e dai ghiacciai d’alta quota. Più profondo è il ghiaccio e più questo è antico e indica le condizioni dell’atmosfera del passato, come la temperatura dell’aria e la concentrazione dei gas serra. Una parte di queste informazioni sono confermate mediante confronti con altri tipi di archivi paleoclimatici, come carote di sedimenti, conteggio degli anelli di accrescimento annuale degli alberi, e sono quindi completamente affidabili”.
Nella storia abbiamo già vissuto un periodo di ritiro dei ghiacciai veloce come questo? “Il ghiaccio per sua natura si accumula lentamente e si ritira molto velocemente quando la temperature dell’aria supera quella di congelamento. Le informazioni sulla velocità di avanzamento e ritiro dei ghiacciai sono però molto limitate dal fatto che ogni avanzata dei ghiacciai può eliminare le tracce dei ritiri e avanzamenti precendenti. Per quanto riguarda l’Olocene, ovvero il periodo interglaciale in corso cominciato circa 10mila anni fa, è molto probabile che il ritiro dei ghiacciai in corso sia il più significativo degli ultimi 10mila anni”.
Eppure nel medioevo ci fu un periodo di clima temperato, denominato “ottimo climatico”. Quali fasi ha attraversato il periodo interglaciale in corso? “Negli ultimi 10mila anni abbiamo assistito a oscillazioni climatiche meno pronunciate rispetto a quelle di lungo periodo, ovvero 100mila anni, menzionate prima.  Dopo la fine dell’ultima glaciazione (20mila anni fa) si è raggiunto l’“Ottimo Climatico” 10mila anni fa. Circa 5mila anni fa è cominciato un leggero raffreddamento (periodo neoglaciale) che è culminato con la piccola epoca glaciale (1600-1850) seguita dal pronunciato riscaldamento in corso”.
È una conseguenza dell’attività dell’uomo o ci sono altre cause? “Il riscaldamento in corso, a differenza delle oscillazioni climatiche precedenti, è attribuibile all’attività dell’uomo a causa dell’immissione in atmosfera di una quantità di gas serra come l’anidride carbonica e metano che, grazie alle carote di ghiaccio, sappiamo non avere precendenti almeno durante gli ultimi 800mila anni. Questo ha alterato il ciclo biogeochimico del carbonio favorendo la ritenzione in atmosfera di energia (radiazione infrarossa) che avrebbe dovuto disperdersi più velocemente nello spazio (effetto serra). La fisica di questi fenomeni è ben compresa da circa 200 anni”.
Il recente riscaldamento globale, con conseguente scioglimento dei ghiacciai, crede che sia ineluttabile? “Parte del riscaldamento è ineluttabile perché i tempi di permanenza in atmosfera di un gas serra come l’anidride carbonica sono molto lunghi.  Molto però si può fare per mitigare l’aumento della temperatura media globale: se uno scenario di un ulteriore aumento di un grado centigrado è praticamente inevitabile, 4 gradi sono invece evitabili, con impatti molto diversi tra questi due scenari”.
Potrebbe condurci a un nuovo periodo interglaciale breve? “Il periodo climatico attuale, l’Olocene, è un periodo interglaciale surriscaldato ora dall’azione dei gas serra che abbiamo immesso in atmosfera. La tendenza naturale sarebbe ora di scivolare lentamente in un’era glaciale ma questo non è più possibile a causa della continua emissione dei nostri gas serra in atmosfera. Quando saremo finalmente in grado di controllare queste emissioni, penso che le moduleremo come un termostato per ottenere una condizione climatica ottimale: né un clima glaciale né interglaciale, semplicemente un clima controllato di origine antropogenica”.
La copertura dei ghiacciai con dei teli in estate può favorire la tenuta dei nostri ghiacciai? “Iniziative come quella di coprire i ghiacciai con teli riflettenti durante l’estate possono avere un interesse scientifico, ma altrimenti sono solo una cura palliativa. L’unico modo per salvare quello che rimarrà dei nostri ghiacciai è di stabilizzare prima, e ridurre poi, i gas serra in atmosfera”.

«In inverno nelle alpi i pollini sono praticamente assenti, mentre in primavera ed estate ce ne sono diversi e in abbondanza. Nei ghiacciai profondi troviamo strati privi di pollini - gli inverni, appunto - e quelli dove i pollini dalla stagione di fioritura sono stati conservati – ci spiega Daniela Festi -. Con i carotaggi sull’Ortles siamo scesi fino a 75 metri. Corrispondono a circa 7mila anni. I primi 53 metri di ghiaccio sono risalenti all’inizio del Novecento, il secolo scorso. I restanti 20 metri agli altri 7mila anni».

Il tipo di pollini che viene trovato indica la vegetazione ed il clima del periodo: ad esempio «dagli anni Ottanta in poi arrivano i pollini di Leccio, una pianta mediterranea, il cui polline prima sulle alpi prima non si trovava. Cosí il polline registra gli effetti del riscaldamento globale che stiamo vivendo. Da uno studio sulla carota di ghiaccio dell’Adamello prelevata nel 2016, grazie ai pollini e ad altri proxy cronologici, è emerso che la superficie del ghiacciaio risale a 1995 circa. Significa che nel 2016 il ghiacciaio – il più esteso e profondo di Italia, circa 270 metri - aveva perso così tanta massa che stavamo camminando sul ghiaccio del 1995».

Gli altri ghiacciai
I bilanci di massa degli altri ghiacciai italiani per i quali è disponibile una serie storica.
Calderone
Abruzzo
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-496
Campo nord - Paradisin
Lombardia
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-226
Ciardoney
Valle d'Aosta
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-780
Fontana Bianca
Trentino Alto Adige
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-1.880
Lupo
Lombardia
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-421
Malavalle
Trentino Alto Adige
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-574
Occidentale di Ries
Trentino Alto Adige
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
+15
Sforzellina
Lombardia
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-1.420
Suretta Sud
Lombardia
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-1.323
Vedretta Pendente
Trentino Alto Adige
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-1.896
Timorion
Valle d'Aosta
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-695
Calderone
Abruzzo
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-496
Campo nord - Paradisin
Lombardia
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-226
Ciardoney
Valle d'Aosta
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-780
Fontana Bianca
Trentino Alto Adige
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-1.880
Lupo
Lombardia
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-421
Malavalle
Trentino Alto Adige
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-574
Occidentale di Ries
Trentino Alto Adige
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
+15
Sforzellina
Lombardia
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-1.420
Suretta Sud
Lombardia
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-1.323
Vedretta Pendente
Trentino Alto Adige
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-1.896
Timorion
Valle d'Aosta
Area
BILANCIO NETTO ANNUALE
-695
Fonti: Comitato Glaciologico Italiano, World Glacier Monitoring Service.
Immagini: Open street map
Riferimenti bibliografici:
Carturan L., C. Baroni, M. Becker, A. Bellin, O. Cainelli, A. Carton, C. Casarotto, G. Dalla Fontana, A. Godio, T. Martinelli, M. C. Salvatore, R. Seppi (2013). Decay of a long-term monitored glacier: Careser Glacier (Ortles-Cevedale, European Alps). Cryosphere, 7, 1819-1838. Carturan L., C. Baroni, A. Carton, F. Cazorzi, G. Dalla Fontana, C. Delpero, M. C. Salvatore, R. Seppi, T. Zanoner (2014). Reconstructing fluctuations of La Mare Glacier (Eastern Italian Alps) in the Late Holocene: new evidences for a Little Ice Age maximum around 1600 AD. Geografiska Annaler: Series A, Physical Geography, 96, 287-306. Carturan L., N. Gasperini (2021). Geomorphic imprint of a small glacier and its rapid vanishing during 20th century: the Marmotte glacier (Ortles-Cevedale, Italy). Geografia Fisica e Dinamica Quaternaria, 44, 139-157.
Coordinamento: Luca Salvioli
Design director: Laura Cattaneo
Design: Alice Calvi, Luca Galimberti
Sviluppo: Marina Caporlingua, Renato Zitti Pozzi

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