Neve in Italia,
la situazione a fine stagione
la seconda metà di marzo ha riportato condizioni migliori
Con un marzo in parte fresco e contemporaneamente non avaro di precipitazioni, la fusione del manto nevoso che era stata intensa tra febbraio e inizio marzo ha rallentato. Il bilancio della stagione resta tuttavia negativo.
Su scala nazionale l’aggiornamento del 5 maggio registra un deficit di neve del -51,6% rispetto alla media 2011/25, e in calo rispetto a aprile (quando era -15,1%). La stagione è ormai nella sua fase finale, ma con un andamento tutt’altro che lineare.
I dati sono della Fondazione CIMA e sono consultabili nell’Osservatorio Neve e siccità di Lab24 sviluppato in collaborazione con l’ente di ricerca. In questa pagina trovate dati e mappe con i dettagli di ogni provincia italiana.
Neve nelle regioni italiane, serie storiche
Una pausa nella fusione
Marzo si è distinto per un comportamento meno regolare rispetto ai mesi precedenti. Le temperature, su gran parte delle aree montane italiane, sono risultate più basse della media, soprattutto sulle Alpi e sugli Appennini centrali.
Questo raffreddamento ha temporaneamente rallentato la fusione del manto nevoso, in particolare intorno alla metà del mese. Allo stesso tempo, nuove precipitazioni – nevose in quota – hanno interessato diversi settori alpini, soprattutto il Piemonte, e ampie zone dell’Appennino.
Il risultato è stato un recupero dello SWE, visibile fino all’inizio di aprile: una dimostrazione di quanto la risorsa nivale dipenda dall’equilibrio tra temperature e precipitazioni.
Appennini: rimonta tardiva
Sugli Appennini gli effetti sono stati ancora più evidenti. Le nevicate di fine stagione hanno spinto il manto nevoso fino al picco stagionale più alto dell’intero inverno, con un +59% a inizio aprile.
Un segnale positivo per le risorse idriche locali, ma che non basta a compensare i deficit accumulati nei mesi precedenti. In alcune aree, come il bacino del Sangro, le nevicate recenti hanno riportato lo SWE vicino ai valori massimi (circa 100 milioni di metri cubi), ma il ritardo stagionale ha già inciso su ecosistemi, ricarica delle falde e gestione dell’acqua.
Alpi: fusione già avviata
Sulle Alpi la situazione appare più stabile, ma ormai chiaramente orientata verso la fase di fusione. Il deficit si attesta intorno al –16% e la perdita di neve prosegue in modo continuo dalla fine di febbraio.
Le nevicate di fine marzo hanno prodotto un temporaneo incremento, senza però modificare la tendenza generale: il passaggio stagionale dalla neve all’acqua è già in corso, in linea con il calendario e con l’avvicinarsi della stagione irrigua.
Anomalia rispetto alla media 2011/25
Po e Adige: due scenari diversi
Tra i principali bacini italiani emergono differenze significative.
Il bacino del Po si mantiene sostanzialmente in equilibrio, con uno SWE vicino alla media stagionale (–1%). Un dato che contrasta con la percezione diffusa di un inverno eccezionalmente nevoso: più che straordinaria, la stagione appare in linea con la climatologia, anche se con forti differenze altimetriche. Le condizioni sono infatti nella media soprattutto oltre i 2500 metri, mentre persiste una carenza di neve alle quote medio-basse, ormai una costante degli ultimi anni.
Diverso il quadro nel bacino dell’Adige, dove il deficit resta marcato (–40%), con condizioni simili a quelle del 2022. Anche qui la fusione è già in corso, ma su una base di accumulo inferiore alla norma.
Accumulo nivale per provincia, la serie storica
Il fattore chiave: la temperatura
Nelle prossime settimane sarà soprattutto la temperatura a determinare l’evoluzione della stagione. Durante la fase di fusione è questo il fattore principale che regola la velocità con cui la neve si trasforma in acqua.
Le previsioni indicano una primavera più calda della media, con il rischio di un’accelerazione della fusione. Sul fronte delle precipitazioni, invece, il quadro resta incerto e non permette di intravedere possibili recuperi significativi.
Verso la fine della stagione
La stagione nivale è ormai nella sua fase conclusiva. Il tema non è più l’accumulo, ma la trasformazione: quanto rapidamente la neve si scioglierà e quanta acqua riuscirà effettivamente ad alimentare fiumi, laghi e invasi.
Il prossimo aggiornamento, previsto a maggio, chiuderà definitivamente il bilancio: non solo su quanta neve è caduta, ma su quanto questa avrà davvero contribuito alla disponibilità idrica dell’estate.
di Francesco Avanzi, Fondazione CIMA
aprile 2026
Siamo ormai a metà Aprile, e la neve, dopo una piccola ripresa a fine marzo, torna a seguire il suo ciclo naturale di fusione. Guardando alle prossime settimane, il ruolo principale sarà giocato dalla temperatura. Durante la fase di fusione, infatti, è questo il fattore dominante nel determinare la velocità con cui la neve si trasforma in acqua.
Al centro, le recenti nevicate hanno portato il massimo accumulo dall'inizio dell'anno. La risorsa idrica nivale, però, non è una fotografia di un singolo evento, ma un percorso lungo tutta la stagione. Quando la neve arriva tardi e tutta insieme, può cambiare il paesaggio in pochi giorni, ma non basta a riscrivere quello che è successo nei mesi precedenti. E questo si riflette inevitabilmente su quanta acqua sarà davvero disponibile a valle.
Discorso diverso, ma per certi versi analogo, al Nord-Ovest: la percezione diffusa è stata quella di un inverno eccezionalmente nevoso, in realtà i dati ci raccontano qualcosa di diverso: più che straordinaria, questa stagione è stata in gran parte in linea con la climatologia. È una normalità a cui non eravamo più abituati, soprattutto perché negli ultimi anni abbiamo osservato una progressiva riduzione della neve, in particolare alle quote medio-basse.