Chi sta spendendo di più per il Congresso: nove dei dieci candidati che investono di più sono democratici
Secondo USAFacts, i candidati alla Camera e al Senato hanno già utilizzato il 72,8% dei fondi raccolti nel ciclo elettorale. Il Texas è lo Stato con la spesa più alta per il Senato, mentre il collegio più costoso per la Camera è in Maryland.
di Silvia Martelli
La corsa al controllo del Congresso americano si misura anche in dollari. A meno di un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, i candidati alla Camera dei rappresentanti e al Senato hanno già speso complessivamente 1,94 miliardi di dollari per finanziare le proprie campagne. La cifra, che include i dati fino alla fine di settembre 2026, equivale al 72,8% dei fondi raccolti dall'inizio del ciclo elettorale, nel gennaio 2025, secondo i dati della Federal Election Commission (Fec).
La spesa si divide tra 1,32 miliardi di dollari per le campagne alla Camera e 618 milioni per quelle al Senato. Si tratta delle uscite dichiarate dai candidati per le competizioni federali, non del costo complessivo delle elezioni: restano fuori da questo conteggio le spese autonome di partiti e organizzazioni esterne, che rendicontano separatamente le proprie attività. Il dato restituisce la dimensione finanziaria della sfida per il controllo delle due camere, oggi entrambe a maggioranza repubblicana.
La spesa dei democratici supera quella dei repubblicani
I candidati democratici hanno speso complessivamente 1,1 miliardi di dollari, contro i 781,9 milioni dei repubblicani. I democratici rappresentano 1.356 dei 2.590 candidati considerati nell'analisi, mentre i repubblicani sono 1.033.
La differenza emerge anche dalla classifica dei singoli candidati che hanno investito di più. Nove dei primi dieci sono democratici, mentre l'unico repubblicano presente nella graduatoria è Lindsey Graham, candidato al Senato in South Carolina morto l’11 luglio 2026, con circa 20,1 milioni di dollari investiti. Il suo seggio è stato assegnato alla sorella, Darline Graham Nordone, nominata per completare il mandato in corso, che scadrà a gennaio 2027. Nordone ha successivamente avviato una propria campagna elettorale in South Carolina per le elezioni di midterm del 2026, con l’obiettivo di ottenere un mandato pieno di sei anni.
In testa c’è James Talarico, democratico in corsa per il Senato in Texas, che ha speso 47 milioni di dollari. Seguono Jon Ossoff, senatore democratico della Georgia, con 39,7 milioni, e Raja Krishnamoorthi, democratico dell'Illinois candidato al Senato sconfitto alle primarie, con 31,5 milioni.
La graduatoria comprende anche David Trone, candidato democratico alla Camera in Maryland, con 24,7 milioni, e Sherrod Brown, ex senatore dell'Ohio in corsa per il Senato, con 22,3 milioni. Tra i nomi più noti figura Alexandria Ocasio-Cortez, democratica di New York, che ha speso 20,4 milioni e corre alla Camera.
Seguono Graham Platner, democratico candidato al Senato in Maine, con 19,3 milioni; Joshua Joseph Weil al Senato, in Florida, con 15,9 milioni; e Hakeem Jeffries, leader della minoranza democratica alla Camera, con 14,9 milioni.
Spese elettorali dei candidati per partito
I dati includono anche candidati che hanno perso le primarie, si sono ritirati o hanno abbandonato la competizione per altre ragioni. Le cifre rappresentano quindi le spese registrate durante il ciclo elettorale e non soltanto quelle dei candidati ancora in corsa.
Texas e Georgia, le sfide al Senato più costose
Il Texas è lo Stato in cui i candidati al Senato hanno speso di più: complessivamente 90,2 milioni di dollari. Di questi, circa 47 milioni sono riconducibili a James Talarico, sfidante democratico, mentre il senatore repubblicano uscente John Cornyn ha speso 12,2 milioni.
Al secondo posto si trova la Georgia, con 56,5 milioni di dollari. Il principale investitore è Jon Ossoff, che ha speso 39,7 milioni, pari a circa il 70% del totale destinato alla competizione nello Stato.
Spesa totale per le campagne elettorali al Senato
Tra gli altri candidati repubblicani in Georgia figura Buddy Carter, che ha speso 10,3 milioni prima di perdere il ballottaggio delle primarie contro Michael Collins, le cui spese ammontano a 5,9 milioni.
Le differenze tra gli Stati riflettono anche la struttura del sistema elettorale americano. Il Senato viene rinnovato per circa un terzo ogni due anni, attraverso mandati di sei anni. Nel 2026 sono in palio i seggi appartenenti alla classe senatoriale prevista per questo ciclo: non tutti gli Stati, quindi, votano per il Senato.
Alla Camera una competizione da decine di milioni
Anche nella corsa alla Camera dei rappresentanti alcune sfide si distinguono per l'entità delle risorse mobilitate. Il collegio più costoso finora è il sesto distretto del Maryland, dove i candidati hanno speso complessivamente 37,4 milioni di dollari.
La quota maggiore è riconducibile a David Trone, che ha investito 24,7 milioni, e alla democratica April McClain Delaney, con circa 12 milioni. McClain Delaney ha sconfitto Trone nelle primarie democratiche del giugno 2026.
Al secondo posto si trova il diciassettesimo distretto di New York, con 21,7 milioni di dollari di spesa complessiva. Il democratico Peter Chatzky ha investito circa 11,7 milioni, oltre la metà del totale, mentre il repubblicano Michael Lawler, deputato uscente, ha speso circa 3,5 milioni.
I numeri mostrano come le risorse elettorali possano concentrarsi in un numero limitato di collegi, nei quali il risultato può incidere direttamente sugli equilibri della Camera. Il costo di una campagna, tuttavia, non determina da solo l'esito del voto: contano anche la forza dei candidati sul territorio, la partecipazione elettorale e la distribuzione del consenso.
Quando si spende più di quanto si raccoglie
La raccolta di fondi non coincide necessariamente con la spesa sostenuta durante la campagna. Tra i 400 candidati che hanno speso di più, 46 hanno registrato uscite superiori alle somme raccolte nel ciclo elettorale considerato.
È il caso di Shri Thanedar, deputato democratico del Michigan, che ha dichiarato entrate per circa 390mila dollari e spese per 2,27 milioni: quasi 5,8 volte quanto raccolto nello stesso periodo. La differenza può essere spiegata dal ricorso a risorse accumulate in precedenza, anche in un ciclo elettorale passato, oppure a prestiti. La normativa federale consente ai candidati di finanziare le campagne anche attraverso prestiti personali e bancari, purché siano rispettate le condizioni previste. Il dato non indica quindi necessariamente una difficoltà finanziaria: per capire la situazione di ciascun comitato occorre considerare anche le risorse già disponibili e le passività accumulate.
Fondi raccolti e spesi dai candidati
Che fine fanno i fondi che avanzano
Il denaro raccolto per una campagna non deve essere necessariamente speso entro il giorno del voto. I candidati che si ritirano o vengono sconfitti possono conservare le risorse residue per una futura competizione, trasferirle a un altro comitato elettorale nel rispetto delle regole federali oppure destinarle ad altri impieghi consentiti.
Tra questi rientrano le donazioni a organizzazioni benefiche e ai partiti politici, oltre ad alcuni costi legati alla conclusione dell'attività di un comitato o del mandato pubblico. I fondi elettorali non possono invece essere utilizzati liberamente per spese personali.
La gestione delle risorse, dunque, non si esaurisce con la fine della campagna. Anche per questo le cifre sulle uscite registrate durante il ciclo elettorale non coincidono necessariamente con il costo definitivo della competizione: fotografano quanto è stato speso fino a quel momento, mentre una parte del denaro può restare a disposizione dei candidati o dei loro comitati.
Il ciclo di finanziamento delle midterm terminerà nel dicembre 2026. La Fec richiede ai candidati di comunicare periodicamente le proprie entrate e uscite, rendendo possibile seguire l'evoluzione della spesa fino alla chiusura del periodo.
Con il voto del 3 novembre, la capacità di trasformare le risorse finanziarie in consenso sarà uno degli elementi da osservare nella corsa al Congresso. Ma la spesa, da sola, non determina il risultato: saranno gli elettori, collegio per collegio e Stato per Stato, a decidere chi controllerà le due camere e quali margini avrà la Casa Bianca nella seconda metà del mandato.